#SorellaMorte. Francesco d’Assisi, il lutto e le nuove ritualità digitali

Giornata di studio – 21 Ottobre 2025

Chi è l’Uomo di fronte alla morte?

“Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte” ricorda il Vescovo Giacomo Morandi, citando Gaudium et spes (n. 18), aprendo così la giornata di studio, moderato dalla direttrice della Biblioteca Teologica Città di Reggio, Giulia Iotti. Sottolineando come la morte sia il compimento della vita dell’Uomo, che trova la pace nell’incontro col Signore, il Vescovo Giacomo invita a portare la buona notizia della Resurrezione, in una società che presenta tratti di necrosi, angoscia, paura. A questo appello si unisce il professore Federico Ruozzi, che sottolinea l’importanza delle tematiche francescane per contrastare la cultura di guerra ed educare alla pace, anche in vista di una seria riflessione sul disagio giovanile.

Un primo interessante intervento, offerto da fra’ Pietro Maranesi, docente e studioso di storia francescana, evidenzia la scelta di San Francesco d’Assisi di porre la Morte nel Cantico delle Creature e di chiamarla Sorella: essa infatti è nostra parente stretta, l’ultima che incontreremo, colei che ci accompagna all’incontro con il Signore. La morte è l’atto finale, un atto di compimento e di consegna per chi la considera sorella (beati), oppure il disastro finale per chi la considera sorellastra (guai). Essa ci parla della vita, ne rivela il senso, diventando così misura della vita stessa. Dopo questa premessa, risulta ancor più lampante la comparazione tra la narrazione della vita di San Francesco stilata da San Bonaventura, che lo tratteggia come un eroe inarrivabile, che si può solo ammirare, e quella che restituiscono i compagni più vicini al santo d’Assisi, che mette in luce una semplice e preziosa morte umana, dal gusto pienamente cristiano. È nella condivisione solidale dell’aridità del dolore che l’incontro con il Signore diventa santo.

Con un discorso arguto e spiazzante il professor Davide Sisto, esperto in tanatologia, ci porta a riflettere su come il digitale stia trasformando il nostro rapporto con la morte, come individui e come società. Ponendo l’accento sul fenomeno specifico della ‘registrazione’, ci mostra come i social siano ormai il prolungamento della nostra esistenza, portando a un’ibridazione delle dimensioni online e offline. La morte è proprio l’evento che mette in discussione questo fenomeno e ci restituisce una realtà scomoda e quasi inaspettata. Chi ha perso una persona cara, difficilmente vive il lutto con le persone fisicamente prossime, trovando invece conforto e comprensione sulle varie piattaforme online e sui social, usati come luogo di condivisione aperta e come ponte di comunicazione verso il defunto, in una dimensione sia pubblica sia privata. Lo scenario ancor più destabilizzante è quello dato dall’applicazione dell’IA come alienante ologramma che subentra al defunto, facendone le veci. Questa sorta di ‘eternità aumentata’, di ‘immortalità digitale’, evidenzia i tentativi umani di aggirare la morte, la paura di affrontare il lutto e la difficoltà a prenderci cura di chi lo vive. Il tentativo di eliminare il lutto getta un’inquietante ombra che impedisce la presa di consapevolezza sull’importanza del limite e sul ruolo determinante che la morte, di fatto, ha sulla vita.

Dopo la pausa, gentilmente curata dall’OFS di Scandiano, il convegno riprende con don Simone Valerani, docente di bioetica, che pone l’attenzione sul delicato tema della cura del fine vita, invitandoci ad accogliere l’idea di un percorso di ‘ortotanasia’, come l’arte del morire in modo giusto, in contrapposizione ai concetti di eutanasia (come il dare la morte) e di distanasia (come irragionevole insistenza terapeutica), offrendo un prezioso punto di vista sulle cure palliative che, secondo il  Catechismo della Chiesa Cattolica, “costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata” (CCC 2279). L’impegno è quello di una prossimità responsabile, al paziente e ai familiari, con l’intento di risignificare la sofferenza nella consapevolezza della verità e nel rispetto del desiderio del paziente. E da qui risignificare anche la dipendenza, poiché l’umanità si gioca nell’interdipendenza, ed educare alla morte già nelle scuole, fino a tornare a dare un nome all’esperienza cristiana del post mortem. Si è poi approfondito il tema delle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), suggerendo la necessità di partire dalla conoscenza del paziente e dei suoi valori: è la vita del paziente a parlarci in primis di come può desiderare essere accompagnato alla morte. Questa è la chiave interpretativa da usare per la programmazione della cura.

Un ultimo toccante contributo, portato dalla professoressa Erika Benassi, docente nel settore di psicologia dello sviluppo e dell’educazione, ci porta a riflettere su come il lutto possa essere vissuto in età evolutiva. In particolare, vengono evidenziati i concetti di verità, condivisione e ricordo. La morte deve essere spiegata al bambino, anche a livello biologico, evitando confusione, eufemismi, nascondimenti, avendo piena fiducia nella sua capacità di capire ed elaborare strategie con cui far fronte alla situazione e ripartire. Il bambino va incentivato a condividere il proprio pensiero e il proprio sentire, attraverso anche l’esempio dell’adulto, così che possa essere elaborato, evitando lo sviluppo di sintomi disfunzionali e psicopatologici. È poi nel ricordo che il bambino tiene in vita il defunto, nelle foto, nelle celebrazioni, nelle piccole attività quotidiane: ricordarsi di chi siamo è ricordarci di cosa abbiamo ricevuto e di cosa possiamo diventare a partire da questo.

In conclusione ci vengono offerte diverse prospettive sull’evento della morte, il punto di vista di chi si avvicina ad essa e quello di chi, assistendo a quella altrui, cerca di affrontarla, capirla, spiegarla. Spesso cadiamo nell’errore di considerare i Santi e il loro atteggiamento di fronte alla morte come qualcosa irraggiungibile. È un modo per tentare di sfuggire dalla responsabilità di santificare la nostra vita, ma dimenticandoci così che Cristo è venuto proprio per mostrarci il contrario, per ‘maestrare’ la nostra vita con la sua Vita, la nostra morte con la sua Morte, tanto umana da farci paura. Siamo chiamati a interrogarci su cosa sia la vita e su come questo “non omnis moriar” (Orazio, Odi, III, 30) moderno digitale confonda l’autentica vivenza con la sopravvivenza e con la fuorviante imitazione o la rivoluzionaria evoluzione di una vita finita – non finita, di cui il progresso tecnologico sembra detenere il potere. Per farlo, è fondamentale tornare a dare significato all’esperienza della morte, in primis in quanto evento umano e comune a tutti, in secondo luogo in quanto cristiani, custodi della dignità dell’altro e di una speranza che non delude (cfr. Rm 5,5).
Il bambino, più aperto, spontaneo ed elastico dell’adulto, riesce a mettere in dubbio i nostri preconcetti e le maschere sociali, aiutandoci a rileggere in modo autentico la morte dell’altro, affinché integrando questa esperienza possiamo raggiungere la pienezza (cfr. Mt 18,3).
In effetti, la nostra morte personale è l’unico evento che non possiamo rileggere con l’autocoscienza, almeno in questa vita mortale, ma diventa proprio la chiave di lettura della nostra intera vita. E così è nella morte dell’altro che possiamo trovare una chiave, almeno parziale, per leggere la nostra vita finora, un’occasione di confronto e consapevolezza. Come con l’altro muore una parte di noi, così con noi vive una parte dell’altro, e così via, e tutto può venire integrato nella pienezza, e così giungere a compimento.

Rimane appeso un misterioso quesito, come un pesante sussurro, un inquietante retropensiero: cos’è la Resurrezione? Ci crediamo davvero? Lasciamoci interrogare, e teniamo presente che siamo già morti nel Battesimo, affinché possiamo vivere in Cristo, chiamati a morire a noi stessi e risorgere in Lui quotidianamente (cfr. Rm 6).

GMC

Torna in alto